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COMITATO STORICO CULTURALE LEONICENO

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NOBILTA'

Rivista bimestrale di Araldica, Genealogia e Ordini Cavallereschi.

 

Per chi fosse interessato ad abbonarsi alla rivista o saperne di più di questi affascinanti argomenti, è invitato a scriverci via email a: relazioniesterne@il1400leoniceno.com.

 

I BORGHI DI LONIGO

BorgoMonticelli

IL BORGO DI MONTICELLO

 

La comunità di Monticello è antichissima; se ne ha notizia a partire dall’XI° secolo.

Essa aveva statuti propri, era un comune autonomo, non dipendeva dal comune di Lonigo, centro con cui ebbe contrasti almeno fin dall’inizio del XII° secolo.-

A Monticello sorgeva il castello della nobile famiglia ghibellina De’ Monticelli o anche De’ Monticoli.

Il castello venne distrutto nel 1253 da Ezzelino da Romano che ne sterminò la famiglia.

Sulle rovine del Castello sorse una chiesetta consacrata nel 1275 dal vescovo di Vicenza Bernardo Nicelli e dedicata a Sant’Apollinare martire e primo vescovo di Ravenna.

La chiesetta è un vero gioiello d’arte in quanto è dotata di pregevoli opere scultoree e pittoree settecentesche delle botteghe vicentine dei Marinali e dei Pasqualotto.

Questo antichissimo edificio religioso fu il fulcro attorno al quale si mosse il percorso secolare della comunità di Monticello, che ancora perdura.

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IL BORGO DI SAN DANIELE

 

Il Borgo prende il nome dal Convento dei Frati Minori Osservanti che sorge in una amena collinetta appena fuori dal centro della città di Lonigo, in zona Est.-

L’esistenza del Convento risale, secondo antica documentazione, al 13° secolo; esso risulta essere dedicato fin dall’origine, a San Daniele di Samosata cittadina della Mesopotania.

Il Convento più volte restaurato ed ampliato, venne consacrato il 22 ottobre del 1480 dal vescovo Pietro Brutto vicario del vescovo di Vicenza cardinale Battista Zeno.-

La comunità religiosa di San Daniele, durante tutta la sua presenza a Lonigo, ha sempre svolto un ruolo spirituale e sociale importante non solo per la popolazione leonicena ma anche per l’hinterland interprovinciale circostante, ruolo che sopravvisse alle leggi anticlericali napoleoniche.

IL BORGO DEL CASTELLO DI LONIGO

 

Il Castello di Lonigo sorgeva in una piccola altura appartenente alle ultime propaggini dei Colli Berici la cui area era compresa fra l’ansa del Fiume Nuovo (Guà) a Nord ed a Ovest, ed il Fiumicello ad Est.

Il Castello era conosciuto con i nomi di “Castello Calmano” o di “Castellazzo” e per la sua posizione e le sue strutture difensive, fu spesso oggetto di contese fra le varie signorie imperanti nelle diverse epoche.

Numerosi documenti ne attestano l’esistenza a partire dal secolo X°: a tale periodo peraltro, risale la costruzione di quasi tutti i castelli delle comunità venete spesso minacciate dalle invasioni barbariche.

Verso la fine del 1200 all’area originaria del castello Calmano venne aggiunta quella del Borgo sorto ad Est in zona pianeggiante; essa fu protetta da mura e torri per volontà di Cangrande della Scala.

In seguito a tale operazione la città di Lonigo veniva quindi ad essere costituita da due realtà urbanistiche collegate fra loro con ponti sul Fiumicello.

Alla fine del Trecento il Castello di Lonigo passò ai Visconti, Signori di Milano e poi nel 1404, alla Repubblica di Venezia.

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IL BORGO DI MADONNA​

Il Borgo di Madonna è ubicato a circa due chilometri dal centro di Lonigo sulla direttrice per San Bonifacio. –

Il nucleo abitativo di Madonna si sviluppa in modo repentino e consistente a partire dalla fine del quattrocento a seguito del noto fatto sacrilego perpetrato da due artigiani veronesi nei confronti dell’effige murale della Madonna esistente presso la chiesetta campestre di San Pietro Lamentese gestita dai monaci Benedettini. -

Da tale evento, che ebbe all’epoca grande risonanza fra la gente, scaturirono numerosi miracoli che portarono alla costruzione di un vero e proprio Santuario che fu inaugurato nel 1488.-

La costruzione di questo nuovo Tempio fu realizzato dai Monaci Olivetani subentrati ai Benedettini subito dopo il verificarsi di numerosi fatti prodigiosi.-

L’opera è attribuita all’architetto Lorenzo da Bologna ed al lapicida Lamberti da Montagnana.-

Il Santuario di Madonna è sempre stato oggetto di grande frequentazione da parte dei fedeli, testimoniata anche dai numerosi ex voto degnamente custoditi in appositi spazi espositivi.

IL BORGO DELLE OCHE

 

Il Borgo delle Oche anticamente occupava l’area ad occidente del Castello Calmano compresa fra il fiume Nuovo – oggi Guà – e la strada delle Oche che partiva del Ponte San Giovanni e raggiungeva la via Rio Camparolo. 

Detta via era l’asse principale del quartiere e da essa si dipartivano altre tre strade: via Peagno, via Ponovo e via Gramenosa.

Oggigiorno la via delle Oche si chiama via Bonioli ed il Borgo “Contrà de Sora”.

L’antico tessuto urbanistico della borgata fu sconvolto dalla rettifica del fiume Guà realizzata nel primo quarto del XX° secolo.- (I lavori iniziarono nel 1914 ma dovettero interrompersi per il sopravvento della guerra per essere terminati nel 1922.)

Il Borgo delle Oche nei secoli è stato sede di importanti realtà sociali e scientifiche come:

- La Chiesa di San Giovanni Battista con annesso ospizio poi trasformato nel secolo VIII° in vero e proprio Ospedale;

- L’antica presenza del Convento degli Umiliati e del Convento delle Suore di Santa Maria della Fontana;

- La villa Mocenigo-Soranzo sede della Colonia del Giovane Agricoltore acquistata

dall’Amministrazione Provinciale di Vicenza nel 1918 per dare assistenza ed istruzione agli orfani della Grande Guerra;

- L’Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria “N. Strampelli” i cui studi scientifici varcarono i confini nazionali;

- L’Istituto Tecnico-Agrario Statale “A. Trentin” a valenza interprovinciale;

Tutte queste importanti realtà hanno consolidato attraverso i secoli una fisionomia sociale ben precisa, orgogliosa e rispettosa delle proprie tradizioni.

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IL BORGO DI SANTA MARINA

 

Nella periferia Sud della Città di Lonigo, in località San Tomà, fu eretta in epoca medievale su un probabile sedime di tomba romana, una Chiesetta dedicata a Santa Marina.-

La fama di Santa Marina, martire originaria della città di Antiochia, si diffuse in tutta l’Europa a partire dall’XI° secolo, ed è invocata ancora oggi quale protettrice delle future mamme.-

L’esistenza di questa piccola Chiesa è documentata da vari scritti antichi.-

Essa attraverso i secoli, ha assolto a varie funzioni sociali e religiose tanto da identificarsi con un quartiere ben preciso del territorio comunale leoniceno.

IL BORGO DI DELL’AQUILA

Dalla Terra Murata di Lonigo si accedeva al Borgo dell’Aquila attraverso la porta omonima detta anche Laquella, dalla quale si dipartiva la strada per Cologna Veneta.-

Il Borgo dell’Aquila che comprendeva anche la contrada di Bragio – termine longobardo per indicare un terreno agricolo – era molto importante perché vi era la Chiesa arcipretale chiamata Pieve Collegiata, intitolata a San Quirico ed esistente fin dal 13° secolo la quale svolse tale ruolo fino al 1885 anno di costruzione del Duomo dedicato a Cristo Redentore.-

Fra i titolari e benefattori di tale Chiesa vi furono famosi rappresentanti del clero cattolico come il Cardinale Pietro Barbo, eletto Papa con il nome di Paolo II° e il Cardinale Giovanni Tiepolo.-

Il terreno ad Est della Chiesa, che nel frattempo fu intitolata ai Santi Cristoforo, Quirico e Giulitta, era adibito a Cimitero mentre a Sud funzionava l’ospizio-ospedale di Santa Caterina.-

Nel Borgo, di fronte al lato meridionale della Collegiata, vi erano importanti palazzi residenze di nobili e potenti famiglie leonicene come quelle dei Conti di Serego e Priante.

 

A cura di Messere Antonio Frazza

Comitato Storico CSC Leoniceno

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ORIGINI DEL PALIO

 

Il Palio è un drappo che viene donato come premio al vincitore di una competizione sportiva e la sua origine etimologica è latina.

Con il nome “Palio”, attraverso i secoli, si è venuta ad identificare la gara stessa.

Questo genere di manifestazione sportiva nasce nel tardo medioevo con l’affermarsi dei comuni soprattutto per festeggiare e ricordare una vittoria militare, un trattato o un particolare avvenimento.

 

Il Palio poteva consistere in una gara podistica, ippica o di altro genere; al vincitore veniva dato il drappo mentre al partecipante ultimo arrivato, veniva donato un animale da cortile, normalmente un gallo. -

Il Palio italiano più famoso è quello di Siena per onorare l’Assunta e che probabilmente è il più antico in quanto ascrivibile all’XI° secolo. -

In quanto ad antichità non è da meno il Palio verde di Verona, podistico ed ippico, istituito nel 1208 per festeggiare la vittoria del comune contro gli Estensi e ricordato dettagliatamente da Dante Alighieri nel XV° canto dell’Inferno. –

Degno di citazione è anche il Palio della città di Vicenza, sorto nel 1259, gara ippica riservata ai trottatori, per onorare la festa del Corpus Domini. -

Altro Palio antichissimo, per rimanere nei nostri dintorni, è quello della città di Ferrara  istituito nel 1259 per festeggiare la vittoria degli Estensi su Ezzelino da Romano. –

 

Moltissime sono le città italiane, piccole o grandi, che attraverso la competizione del Palio per secoli hanno tenuto vivi i ricordi e le loro tradizioni poiché il cerimoniale prevedeva la partecipazione di cortei con rappresentanze della politica, delle milizie e delle corporazioni. –

Il “CSC il 1400 Leoniceno” ritiene positivo recuperare l’idea del Palio per approfondire e proporre attraverso competizioni di carattere essenzialmente culturale e ludico-sportive valori ed attività utili allo sviluppo sociale.

                                                                                                             A cura di Antonio Frazza

Comitato Storico CSC Leoniceno

                                  Il GRUPPO COSACCHI “SAVOIA”.

La pagina della presenza di elementi stranieri fra le truppe italiane dislocate sul fronte russo presenta ancora aspetti poco conosciuti, dovuti anche alla carenza di fonti.

A Millerovo, nelle retrovie del corpo di spedizione italiano, del quale facevano parte i reggimenti di cavalleria Savoia e Novara, esisteva un campo per prigionieri russi. Qui alcuni Cosacchi anticomunisti chiesero di potersi arruolare con le forze italiane. Si sa che il comando italiano pensò addirittura alla costituzione di una Grande unità di cavalleria cosacca, ma di fatto fu solo autorizzata la costituzione di un reparto che venne formato nel corso dell’estate del 1942, proprio quando i nostri reggimenti passarono dalla storia al mito con le loro cariche. L’incarico fu dato al maggiore di cavalleria, già in forza al Reggimento Savoia, Ranieri di Campello, ufficiale del S.I.M. aggregato al comando della 8° Armata, appassionato ed esperto cavaliere.

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Foto con dedica al maggiore Ranieri di Campello (il primo a destra) da parte del comandante del Reggimento Savoia Cavalleria.

Il reparto aveva una consistenza di un migliaio di uomini, ripartiti in tre “Sotnie”, la loro unità base di cavalleria. Era costituito da Cosacchi del Don e del Kuban, che mantennero in gran parte uniformi ed equipaggiamento tradizionali. I compiti erano molto vari, andando dalla raccolta  informazioni a servizi ausiliari, non escludendo azioni di ricognizione, particolarmente adatte a piccole unità mobili e pratiche del terreno.

Ranieri di Campello fu seriamente ferito in uno scontro avuto con forti reparti russi a  Nikitiwka  il  19 gennaio 1943.   I cosacchi superstiti, disimpegnatisi da un attacco portato dai russi anche con mezzi corazzati, scortarono il loro comandante, caricato su una slitta, fino alle linee italiane. 

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Il maggiore Ranieri di Campello alla testa di un gruppo di Cosacchi del suo raggruppamento.

Una fonte memorialistica certa, riferita alle ultime vicende dei Cosacchi è costituita dalle memorie del maggiore Luigi Cavarzerani di Nevea, ufficiale di cavalleria, assegnato inizialmente al reggimento “Lancieri di Novara” (4 agosto 1942). Il suo Stato di servizio dimostra il suo inquadramento nel “Gruppo Cosacchi Savoia” alla data del 21 marzo 1943 e il ritorno dalla Russia dei Cosacchi superstiti nella provincia di Verona, curiosamente molto vicino a dove il reggimento Savoia era partito per il fronte russo.

A cura di Alberto Lembo

Storico e ricercatore del CSC Leoniceno

ALBERTO LEMBO – ALESSANDRO SCANDOLA

Dottrina e giurisprudenza in materia di onorificenze cavalleresche.

L’opera che conta ben 1112 pagine è costituita dai documenti conservati nell’Archivio Lembo.

I 2 volumi che compongono l’opera, documentano punto per punto le decisioni con la pubblicazione delle leggi e dei testi che le giustificano. L’opera permette di comprendere le basi e le ragioni che hanno condotto la Repubblica Italiana ad autorizzare l’uso di ordini non nazionali. Una pubblicazione che non può mancare nella biblioteca degli studiosi di materia cavalleresca e premiale.

 

​Scarica qui a fianco il Pdf della presentazione completa dell'opera:

 

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Alcuni scudetti di guerra

(Kappenabzeichen)

Alberto Lembo presenta il suo

volume dedicato ai Scudetti di

Guerra (Kappenabzeichen). 

​A lato la copertina e di seguito

la Presentazione.

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Sono trascorsi ormai oltre nove anni dalla inaugurazione della grande mostra sui Kappenabzeichen organizzata dal Museo Storico della Guerra di Rovereto nel 2007 e poco di più dalla pubblicazione del volume “KAPPENABZEICHEN”, edito sempre dal Museo.

Nel programma originario era prevista la pubblicazione di un secondo tomo, dedicato ad alcune particolari tipologie, come i servizi sanitari, i commemorativi del giorno di Natale trascorso al fronte ed altre, come i numerosi pezzi classificabili come espressioni patriottiche o finalizzati al sostegno economico della guerra attraverso piccoli contributi di privati.

Non se ne è più fatto nulla, anche se in gran parte quel materiale era già stato classificato, ma, nel frattempo mi si è sviluppata la passione per la materia anche sotto il profilo collezionistico, per cui sono oggi in grado di trattare l’argomento non solo avvalendomi per lo studio di pezzi provenienti da varie collezioni, come già avvenuto, ma illustrando i pezzi della mia collezione, tuttora in fase di accrescimento, pochissimi dei quali erano stati esaminati nel volume ed esposti alla mostra. Poi è intervenuto un accordo con il Museo della Guerra di Rovereto, al quale ho deciso di donare la mia collezione perché venga unita a quella del Museo e resa accessibile al pubblico e agli studiosi.

L’esame fatto fino ad oggi di alcune migliaia di pezzi mi ha permesso anche di apportare correzioni o fare integrazioni a quanto già esposto, anche se il definitivo per lo storico non esiste. In qualche caso ho esposto anche i dubbi relativi alla classificazione dei pezzi o nuove ipotesi di attribuzione, non essendo a volte possibile essere certi della natura e del riferimento ad un qualche reparto o soggetto oppure essendo contrastanti le fonti consultate.

La difficoltà di un rinvio per la consultazione al precedente volume, per la sua rarità, mi ha convinto a riprendere alcune parti che chiariscono la realtà e l’articolazione degli eserciti della Monarchia asburgica. Su questo tema, per una illustrazione complessiva della materia, è inevitabile il rinvio ad un’altra opera che credo più facilmente, ovvero i due volumi di Siro Offelli[1]. Altre pubblicazioni consigliate sono inserite in bibliografia.                                    

Sono quindi descritti solo i pezzi attualmente nella mia collezione uniti a quelli del Museo della Guerra e viene fatto riferimento, quando ciò sia opportuno, al volume precedente e al suo contenuto. Ho cercato di approfondire ulteriormente gli aspetti materiali dei pezzi, peso e misure, anche in funzione della loro individuazione come autentici, e ho approfondito lo studio dei marchi e dei disegnatori, rivolgendomi, quindi, più al collezionista che allo storico, a differenza del primo volume.

 

[1] Le armi e gli equipaggiamenti dell’esercito austro-ungarico dal 1914 al 1918. V. Bibliografia.

Scarica il volume in formato Pdf qui a fianco:

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